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Cowt-14 Sesta Settimana  - M3 Tempo Congelato

Fandom: Jujutsu Kaisen 

Numero parole: 2000

Note: AU/ accenni di Omegaverse




All’inizio, fu solo silenzio.

Nessuna esplosione, nessun grido. Solo un battito mancante.

Yuta si svegliò in mezzo a un campo di detriti sospesi a mezz’aria. Una pioggia di foglie immobili, uccelli congelati nel volo, automobili bloccate a un respiro dal disastro. Persino le maledizioni erano immobili, come statue pietrificate nel mezzo di un attacco. Il cielo non si muoveva. Il tempo era morto.

Trascinava i piedi tra le ombre della città congelata, senza capire perché lui potesse ancora muoversi. Nessuna risposta dalle radio della scuola. Nessuna energia da avvertire… tranne una.

Un punto, al centro di Shinjuku. Un epicentro.

E lì, tra le crepe del suolo, Yuta lo vide.

Satoru Gojo fluttuava a pochi centimetri dal terreno, occhi chiusi, un’espressione di pace irreale sul volto. Intorno a lui, l’Infinito si era condensato in una sfera quasi trasparente, pulsante come un cuore. Dentro, il suo corpo non mostrava ferite. Ma non reagiva.

Yuta si avvicinò, posando una mano tremante sulla barriera.

«S…sensei?»

Silenzio.

E poi, un sussurro. Non una voce vera, ma un’eco nella sua mente.

Ci eravamo quasi legati… ma non ho avuto il coraggio.”

Yuta indietreggiò. Quella voce… non era di Satoru Gojo. Era più bassa. Più calda. Apparteneva a Suguru Geto.

Un legame spezzato. Un Infinito prigioniero. E forse, una seconda occasione che il tempo stesso aveva fermato per non lasciarla andare.

Il sussurro si dissolse nell’aria come nebbia. Ma qualcosa si era mosso.

La superficie dell’Infinito, prima solida e respingente, iniziò a vibrare sotto la mano di Yuta. Onde sottili si propagarono nel vuoto, come se la barriera riconoscesse il suo tocco. Come se volesse… lasciarlo entrare.

Yuta serrò i denti. «Se questo è l’unico modo per salvarlo…»

Chiuse gli occhi.

E il mondo cambiò.


***


Quando li riaprì, era notte. Ma non quella di Tokyo.

Si trovava in una strada deserta, illuminata da lanterne di carta che fluttuavano nell’aria come se il vento fosse solo un’illusione. L’asfalto era umido, come appena piovuto. Intorno, silenzio. Non un’anima. Solo una sensazione intensa di rimpianto, come se ogni cosa in quel posto fosse stata costruita da pensieri mai detti.

Poi lo vide.

Un ragazzo seduto su una panchina, la testa piegata all’indietro, gli occhi chiusi. Suguru Geto. Non quello della guerra, non il nemico. Ma il Geto che Yuta aveva intravisto una volta, tra le pieghe dei ricordi di Gojo: giovane, vivo, con il volto sereno e un sorriso appena accennato. Un filo di luce lo circondava, tenue, dorato. Un legame incompleto.

Dall’altra parte della strada, un altro ragazzo avanzava, scalzo, con gli occhiali da vista tra le dita. Gojo. Non ancora il Satoru che tutti conoscevano. I capelli sciolti, spettinati, il passo lento, quasi esitante. C’era qualcosa nel suo volto, una fragilità rara, visibile solo quando il suo sguardo incrociava quello di Geto.

«Dovevi aspettarmi,» furono le uniche parole di Gojo, la voce ridotta ad un sussurro spezzato.

«L’ho fatto,» rispose il corvino. «ma tu… avevi troppa paura.»

Yuta trattenne inconsciamente il respiro. Stava assistendo a un ricordo, ma era più di una visione. Era come se quel luogo fosse stato creato da emozioni compresse nel tempo stesso. Ogni parola, ogni gesto era reale, tangibile.

Gojo abbassò lo sguardo, le mani strette sul tessuto della camicia. «Era il momento giusto, Suguru. Ma io… io non ero pronto a legarmi a nessuno.»

«Perché sei un Omega, e ti hanno sempre detto che sarebbe stato un punto debole?»

«No. Perché sei tu.»

La voce di Gojo si incrinò. «Avevo paura di quello che significavi per me.»

Calò un silenzio carico di significato. 

Poi Geto si alzò. Le sue dita sfiorarono la guancia di Gojo, e per un attimo, il mondo intero sembrò trattenere il fiato.

«Lo sai che non è mai troppo tardi, vero?»

«Ma tu sei morto.»

«Sì.» Geto sorrise piano. «Eppure mi hai tenuto con te. Dentro l’Infinito. Dentro questo legame mai concluso.»

Yuta si portò una mano al petto. Sentiva tutto: il calore, il dolore, l’amore non detto.

Il tempo si era fermato per questo. Per dare loro un’ultima possibilità di legarsi.

E forse, per salvare tutto ciò che era stato perduto.

«Perché ora?»

La voce di Satoru tremava appena, come se ogni parola costasse troppo.

«Perché adesso che è tutto finito mi sento pronto, quando tu… non ci sei più?»

Geto non rispose subito. Lo guardava. Come se bastasse quello. Come se stesse aspettando da anni che il possessore del Minimo Infinito finalmente ponesse la domanda giusta.

«Perché il legame non è mai morto, Satoru. Tu lo hai tenuto vivo anche senza volerlo.»

Fece un passo avanti. «Lo hai fatto con ogni ricordo, ogni sogno, ogni volta che hai pronunciato il mio nome con rabbia o nostalgia. Il tempo si è fermato… perché il tuo cuore si è rifiutato di lasciarmi andare.»

Gojo abbassò lo sguardo.

Le sue dita si strinsero contro il tessuto leggero della camicia, proprio lì, sopra lo sterno. Come se sentisse qualcosa lì sotto, vibrare. Come un filo teso che si era spezzato, ma non del tutto.

La memoria del loro legame era ancora lì. Non completata. Eppure così reale. Tanto da fare male.

«Sai cosa succede se lo facciamo adesso?»

La voce di Gojo era bassa, più fragile di quanto avrebbe mai ammesso davanti a chiunque altro.

«Il tempo riprenderà a scorrere. E tu… tu svanirai per sempre, Suguru.» non sapeva nemmeno lui perché quelle parole avessero lasciato le sue labbra. La verità faceva male, quasi quanto il fatto di doverla accettare.

Geto però gli sorrise. C’era una dolcezza infinita in quel gesto.

«Allora è giusto così.» rispose tranquillamente.

Un passo. Poi un altro. Gojo non si mosse. Non scappò.

Le dita di Geto sfiorarono le sue. Il tocco era leggero, ma bastò perché l’energia tra loro si risvegliasse.

Una corrente calda, viva, attraversò l’aria.

Il loro bond si risvegliava, riconoscendo se stesso.

Geto posò la fronte contro quella di Gojo.

«Legati a me, Satoru. Lasciami andare, una volta per tutte. Ma non da estraneo. Non da nemico.»

«Da Alpha.»

Gojo chiuse gli occhi e finalmente, non ebbe più paura.

Si lasciò andare, sentendo il proprio corpo cedere alla tensione, all’istinto, a quel desiderio antico e represso. La sua anima riconobbe l’altra.

Il filo si chiuse.

Il soulbond fu completato, non nel corpo, ma nello spirito.

Nel momento in cui lo fece, un vento invisibile attraversò la città congelata. Le foglie ripresero a cadere. Il battito del mondo riprese.

Yuta spalancò gli occhi, fuori dalla barriera. L’Infinito intorno a Gojo si era dissolto.

Il suo corpo cadde a terra, tremando.

Respirava e piangeva.

In silenzio.

L’aria era cambiata.

Yuta lo sentì nel primo respiro che riempì i polmoni del mondo.

Il cielo riprese a muoversi, lento, come se stesse svegliandosi da un lungo sogno. I suoni tornarono uno dopo l’altro, il fruscio delle foglie, un clacson lontano, il battito regolare del cuore di Gojo.

Satoru che, ora, giaceva a terra, con le mani premute sul viso, tremando.

Yuta corse verso di lui, inginocchiandosi al suo fianco.

«Sensei! Sta bene? Riesce a sentirmi?»

La voce gli uscì spezzata dalla paura e dalla tensione trattenuta troppo a lungo.

Gojo non rispose subito. Il suo corpo era teso, scosso da brividi. Dopo parecchi secondi sollevò lentamente il viso.

Stava piangendo. Senza rumore. Senza drammi.

Piangeva come si piange quando si lascia andare qualcosa che non si riesce più a trattenere.

«Sì… Yuta. Ti sento.»

Ci fu una pausa. Lunga. Quasi sospesa, ancora. Poi Gojo si mise a sedere, passandosi una mano tra i capelli disordinati.

«Il tempo si è fermato… perché io l’ho fermato.»

Yuta spalancò gli occhi. «Ma… come?»

Gojo guardò davanti a sé, come se vedesse ancora il ricordo svanire all’orizzonte.

«Era l’unico modo che il mio corpo conosceva per non andare avanti. Per restare aggrappato a lui. Al legame che non abbiamo mai avuto il coraggio di concludere.»

Silenzio.

«Con Geto?» sussurrò Yuta. Sapeva di quella storia come anche del fatto che Satoru fosse restio a parlarne.

Gojo annuì.

«Eravamo destinati a legarci. Omega e Alpha, sì. Ma prima ancora della nostra natura, noi eravamo due anime simili. Opposte. Incomplete. Non lo abbiamo fatto. Non abbiamo mai avuto tempo, mai avuto il coraggio. Poi Suguru se ne è andato, e io ho continuato a vivere come se nulla fosse, come se potessi sopravvivere al suo ricordo.»

La voce gli si spezzò.

«Ma il mio cuore non ci è riuscito. Così ho congelato il tempo. Ho creato un rifugio in cui restare con lui. Un frammento dove nessun orologio potesse più andare avanti.»

Yuta abbassò lo sguardo.

«E ora…?»

Gojo sorrise. Un sorriso stanco, ma vero.

«Ora Geto è andato. Per davvero. Lo sento. Ma siamo legati. Finalmente. Anche se solo adesso, anche se troppo tardi… ho scelto di lasciarlo andare nel modo giusto.»

Poi, voltandosi verso Yuta, gli posò una mano sulla spalla.

«Grazie per avermi portato indietro.»

Yuta deglutì. La voce gli tremava.

«Non l’ho fatto solo per lei, sensei. Ma anche per lui. Meritavate entrambi di chiudere quel cerchio.»

Gojo chiuse gli occhi. Le sue dita tremavano ancora, ma nel profondo del suo petto… qualcosa si era placato.

Il tempo, ora, poteva andare avanti.


***


Il cielo di Tokyo era grigio.

Non pioveva, ma l’aria aveva il sapore di qualcosa che stava per cominciare, o forse finire del tutto. Gojo sedeva in cima all’edificio dell’Istituto, le gambe penzoloni nel vuoto, lo sguardo perso oltre le nuvole. Non indossava gli occhiali.

Li aveva lasciati accanto a sé, insieme a una vecchia foto: lui e Geto, studenti, sorridenti, ancora ignari di tutto.

Yuta lo osservava da lontano.

Non aveva il coraggio di interromperlo. Non ancora.

Gojo sembrava intatto. Ma qualcosa era cambiato: nei suoi gesti, nel modo in cui respirava.

Come se portasse dentro un silenzio nuovo. Un vuoto colmo, se esiste qualcosa del genere.

Poi, come se l’avesse sentito, Satoru parlò.

«Sai che ho ancora la sua voce nella testa? Non come prima… non come un tormento. Solo… una frase. L’ultima.»

Yuta si avvicinò piano, sedendosi accanto a lui.

«Cosa ha detto?»

Gojo non rispose subito. Prese un respiro, lungo, profondo.

«Ti ho aspettato, anche se sapevo che non saresti arrivato in tempo. Ma il tempo… in fondo, non importa»

Chiuse gli occhi, lasciando che il vento gli scivolasse addosso.

Poi Yuta lo vide: per un istante, fugace come un battito d’ali, una figura seduta accanto a Gojo, le braccia incrociate dietro la testa, lo sguardo rivolto al cielo.

Suguru Geto.

Non reale, non vivo. Eppure presente.

Gojo non lo guardò. Non ne aveva bisogno.

«Non dimenticherò mai il posto in cui il tempo si è fermato. Perché in quel silenzio… lui mi ha perdonato. E anche io sono riuscito a farlo»

Dopo pochi minuti la figura svanì.

Yuta rimase in silenzio, sapendo che quell’attimo non gli apparteneva. Satoru Gojo era tornato ad essere se stesso. Non era più in balia del proprio passato. Di un legame che non era riuscito a concludere.

E se il tempo si fosse fermato solo un secondo prima?

Un secondo appena.

Sarebbe bastato per cambiare tutto. 

In quell’attimo rubato, Gojo avrebbe potuto tendere la propria mano verso Geto.

Non per dirgli addio ma per restare, combattere insieme a lui.

Niente guerra, niente addii.

Solo un respiro trattenuto, due fronti che si toccano.

E la promessa muta di vivere insieme quell’attimo, all’infinito.

Il tempo non avrebbe ripreso a scorrere.

Non lì, non così.

Eppure, in quella frattura impossibile, entrambi sarebbero stati felici.

Una realtà che non è mai accaduta. Un’utopia.

Un universo alternativo custodito nel cuore di un uomo che, alla fine, aveva imparato a lasciare andare ma non a dimenticare.

Perché semplicemente, esistono amori che non muoiono così come esistono legami che vivono anche dopo la fine.

E, da qualche parte, in un frammento di tempo mai esistito…

Gojo Satoru e Geto Suguru sono rimasti insieme.



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