The Breaking Point
Cowt - 14 Terza Settimana - M2 set prompt “Orizzonte degli eventi” - Interferenza
Fandom: Moriarty the Patriot
Numero parole: 3943
Raiting: NSFW
Note: Ho inteso “interferenza” non solo nel senso fisico ma anche mentale. Albert continua a tormentare la mente di Mycroft e sembra non volergli dare pace XD Quanto resisterà Mr Holmes di fronte ad una tale distrazione?
Mycroft Holmes non perdeva mai il controllo.
Era il perno su cui ruotava l’Impero Britannico, la mente dietro ogni decisione politica, l’architetto delle strategie che tenevano Londra al sicuro. Un uomo con il potere di muovere letteralmente il mondo senza mai doversi alzare dalla sedia.
Eppure, bastava uno sguardo di Albert James Moriarty per mandare in frantumi ogni sua certezza, grande o piccola che fosse.
Era assurdo. Irritante. Inaccettabile.
Seduto di fronte al maggiore dei fratelli Moriarty, nel lusso discreto del club, Mycroft cercava di mantenere il controllo. Aveva imparato ad essere superiore a qualsiasi emozione, un maestro nell’arte dell’imperturbabilità. Ma ora, mentre il conte sollevava il calice con quel sorriso indecifrabile, sentiva la propria compostezza sgretolarsi.
Perché Albert James Moriarty non era come gli altri.
Non alzava mai la voce, non provocava apertamente. Non giocava d’azzardo con il caos come suo fratello William. No. Albert vinceva con la calma assoluta. Con la certezza di chi ha già previsto ogni mossa.
E Mycroft odiava il fatto che questo lo colpisse più di quanto volesse ammettere. Era un degno rivale, tanto da guadagnarsi la sua totale attenzione.
Prese un bicchiere tra le dita, solo per avere qualcosa da fare ma non bevve.
«Non avete risposto alla mia domanda» La sua voce era ferma, ma dentro si sentiva instabile. Troppo, per i suoi standard.
Albert inclinò appena il capo, una finta espressione stupita a dipingergli il volto «E quale sarebbe?»
Sei certo di non avermi cercato tu, Mr. Holmes?
Mycroft strinse la mascella. Non gli piaceva questa sensazione. Come se stesse cadendo in una trappola che non riusciva nemmeno a vedere. Come se Albert avesse il controllo.
Lo irritava. Lo affascinava.
Non seppe dire quale delle due cose fosse più pericolosa.
Albert si sporse leggermente in avanti, le sue dita affusolate sfiorarono appena il bordo del tavolo. Un gesto innocuo. Eppure, Mycroft avvertì una scarica di tensione elettrica, come se quel minimo movimento avesse rotto un equilibrio invisibile.
«Se non altro, è divertente vederti così teso» gli sussurrò ad una spanna dal suo orecchio in modo che solo Holmes potesse sentirlo.
Mycroft impallidì. Albert era troppo percettivo. Troppo vicino alla verità.
Abbassò lo sguardo sul liquore nel proprio bicchiere, per nascondere il lampo di irritazione che gli attraversò gli occhi. Ma il conte Moriarty rise piano, come se avesse già colto tutto.
Quell’’interferenza cresceva. Lo disturbava.
Doveva andarsene. Subito.
Ma rimase seduto e inizialmente non ne comprese il motivo, Mycroft disponeva di una sola certezza, quel disturbo molesto non voleva accennare a svanire.
Anzi, peggiorava.
Mycroft Holmes si era sempre distinto per la propria compostezza, per il controllo assoluto delle proprie reazioni. Eppure, in quel momento, seduto di fronte ad Albert Moriarty, sentiva le sue sicurezze sgretolarsi, come un castello di carte mosso dal vento.
La cosa peggiore era che il conte non aveva fatto nulla. Non lo aveva minacciato, non aveva sollevato la voce, ed il problema era proprio quello.
Albert non aveva bisogno di aggressività per destabilizzarlo. Bastava un gesto lento e misurato. Uno sguardo troppo prolungato. Una risata bassa e velata di ironia. Oppure un sussurro, contro il proprio orecchio.
E Mycroft, con suo enorme disappunto, se ne accorgeva. Ne era consapevole fino allo sfinimento.
«Sei insolitamente silenzioso»
La voce di Albert era pacata, come se stesse semplicemente facendo un’osservazione, parlando del tempo, ma Mycroft sentì il peso di quelle parole insinuarsi sotto pelle, come una lama affilata.
Inspirò piano, cercando di mantenere il controllo. Non poteva dargli quel vantaggio, nessuna soddisfazione.
«Non c’è nulla di cui valga la pena parlare»
Albert sorrise appena.
«Oh, ne dubito»
Mycroft serrò la mascella. Dannazione.
Era caduto in trappola e lo sapeva.
Albert non aveva bisogno di minarlo con parole esplicite. Lo stava studiando. Analizzando ogni piccolo segnale: la tensione nella sua postura, il modo in cui le sue dita si erano chiuse impercettibilmente attorno al bicchiere, quel lieve ritardo nelle sue risposte.
Mycroft si accorse troppo tardi che Albert aveva sollevato la mano. Non per un gesto brusco, ma per sfiorare appena il polsino della propria giacca. Un movimento banale.
Eppure, senza sapere perché, Mycroft sentì il respiro bloccarsi per un istante, il proprio battito accellerare.
Albert se ne accorse.
Fu un attimo. Uno di quei momenti in cui il tempo sembra fermarsi, in cui entrambi capiscono che qualcosa è cambiato.
Un lampo di comprensione attraversò gli occhi di Albert. Era sottile, quasi impercettibile, tuttavia Mycroft lo vide e in quell’istante capì di aver perso.
Perché Albert James Moriarty sapeva.
Sapeva che era in grado di farlo vacillare con niente. Che bastava una pausa studiata tra le parole, un’inclinazione impercettibile del capo, o più banalmente, uno sguardo, per compromettere la sua lucidità.
E la cosa peggiore?
Albert sembrava trovarlo divertente.
«Ti stai trattenendo, Holmes»
Albert non lo disse con scherno. No, il suo tono era fin troppo leggero, quasi pigramente interessato. Ma Mycroft lo avvertì ugualmente come un colpo ben assestato. Il ragazzo sapeva giocare.
Era un dato di fatto. Non una sfida, non una provocazione aperta. Solo la verità.
Mycroft avvertì un’ondata di irritazione crescergli dentro. Si sforzò di reprimerla, di respingerla nel solito angolo sicuro della propria mente ma il danno era fatto.
Non avrebbe dovuto restare.
Non avrebbe dovuto cedere a quell’interferenza, a quella presenza ingombrante che gli comprometteva il raziocinio. Il conte Moriarty era pericoloso, sotto più di un aspetto.
Eppure, contro ogni logica, non si mosse.
A quel punto Albert inclinò leggermente il bicchiere in segno di brindisi.
Sembrò quasi che stesse celebrando la propria vittoria.
Mycroft alzò il proprio calice osservando ogni mossa del giovane conte.
Il maggiore dei fratelli Holmes non perdeva mai il controllo.
Mai.
Eppure, in quella stanza soffusa di luci dorate, con il brandy intatto nel proprio bicchiere e lo sguardo di Albert Moriarty su di lui, Mycroft sentiva il filo sottile della propria compostezza spezzarsi.
Doveva andarsene.
Doveva alzarsi e chiudere quella porta.
Doveva smettere di guardarlo come se stesse cercando una scusa per non farlo.
Ma era troppo tardi.
Albert aveva colto ogni segnale. Ogni fessura nella sua armatura. Non c’era più nulla da nascondere, nulla da negare. Lo sapeva ma non voleva ammetterlo, neppure a se stesso.
L’ultimo barlume di razionalità gli sussurrò che stava commettendo un errore, ma non importava. Perché Albert era ancora lì, il bicchiere tra le dita e quel sorriso appena accennato sulle labbra. Un sorriso che non era più soltanto divertito, ma sfidante.
Aspettava.
Lo sapeva, dannazione. Lo aveva capito prima ancora che Mycroft trovasse il coraggio di ammetterlo a se stesso.
E forse, in fondo, il maggiore dei fratelli Holmes voleva proprio questo.
La sedia si spostò appena quando si mosse. Il bicchiere sfiorò il tavolo con un suono sordo. Un secondo dopo, le sue mani afferrarono Albert per il colletto della giacca, e le loro bocche si scontrarono in un bacio che non aveva nulla di misurato.
Era troppo intenso. Troppo furioso.
Un bacio che non avrebbe mai dovuto esistere. Eppure eccoli lì.
Albert non esitò nemmeno un istante. Non si tirò indietro, non cercò di fermarlo. Anzi, lo accolse con la stessa calma con cui aveva accolto tutto il resto, le dita che risalivano lungo il tessuto della camicia di Mycroft per stringersi sulla sua nuca, trattenendolo.
Era una disfatta. E al tempo stesso, una vittoria.
Perché non c’era più distanza, non c’era più alcuna maschera da mantenere. Solo il bisogno crudo e incontrollato di portarsi addosso, di annullare quella tensione che li aveva logorati per troppo tempo.
Quando Mycroft si allontanò, il suo respiro era irregolare.
Albert lo guardò con la consueta compostezza, ma i suoi occhi smeraldini erano leggermente più scuri. La sua presa non si era ancora allentata, come se temesse una sua fuga o ripensamento.
«Eccoti qui, Holmes»
Un sussurro. Quasi compiaciuto.
Mycroft avrebbe dovuto reagire. Dire qualcosa, negare, ritrarsi. Ma ancora una volta non lo fece. Ormai non aveva più senso farlo.
L’interferenza aveva vinto, ma forse era ciò che aveva inconsciamente desiderato fin dall’inizio.
Mycroft avrebbe potuto dire qualcosa, oppure allontanarsi, riprendere il controllo, ricostruire la distanza necessaria per seppellire l’accaduto sotto il peso della razionalità.
Eppure, non si mosse.
Albert non parlava. Lo guardava, con quell’espressione indecifrabile che non gli lasciava appigli. Come se sapesse già tutto.
Come se avesse sempre saputo che sarebbe finita così.
Mycroft sentì un’ondata di frustrazione montargli dentro. Non avrebbe dovuto cedere. Eppure il calore del bacio, la presa di Albert sulla sua nuca, la naturalezza con cui aveva accolto la sua resa… tutto questo lo perseguitava ancora.
Si era lasciato andare. Lui, Mycroft Holmes.
Lo stratega impeccabile, il controllore dell’Inghilterra. Ridotto a questo.
Il peggio era che non poteva nemmeno negare quanto lo avesse desiderato.
Inspirò piano, cercando di raccogliere quei pensieri in una parvenza di ordine.
«Dimenticalo» trovò il coraggio di mormorare.
Albert sorrise appena. Non divertito, non arrogante. Solo con quella quieta sicurezza che Mycroft aveva imparato a temere più di qualunque altra cosa. Era come una partita a scacchi dove ogni giocatore misurava con attenzione le prossime mosse.
«Dici davvero?» ancora quello sguardo, quel tono.
Silenzio.
Mycroft avrebbe dovuto rispondere di sì, con la stessa fermezza con cui chiudeva ogni discorso irrilevante ma ogni parola gli morì in gola perché Albert era ancora troppo vicino. Perché il sapore di quel bacio non era del tutto svanito.
Perché, dannazione, sapeva che non sarebbe mai riuscito a dimenticarlo.
Albert inclinò leggermente il capo, osservandolo con quella calma imperturbabile.
«Non sei il tipo da commettere errori impulsivi, Holmes» gli fece notare con il solito garbo.
Mycroft irrigidì la mascella, cercando di controbattere.
«Eppure eccoci qui»
Albert lasciò il bicchiere sul tavolo con una lentezza studiata.
«Forse perché non era un errore»
Mycroft chiuse gli occhi per un istante. Non gli dava tregua. Non gli lasciava un’uscita di sicurezza. Il conte Moriarty era un bastardo ma lui non poteva fare a meno di desiderarlo.
«Puoi fingere quanto vuoi,» proseguì Albert, con quella sua leggerezza tagliente. «Ma non sono io il problema, e lo sai»
No, non lo era affatto.
Il problema era che Albert aveva ragione. Lo era sempre stato.
E Mycroft odiava quanto, in fondo, gli piacesse. Quel gioco di potere, perdere il comando.
Albert si alzò in piedi, aggiustandosi la giacca con naturalezza.
«Ora devo proprio andare ma ci rivedremo, Holmes» Una predizione. Come se fosse inevitabile.
E forse lo era davvero.
Mycroft rimase seduto, senza rispondere.
Ma, quando Albert si allontanò, non poté fare a meno di seguirlo con lo sguardo.
E seppe che era già troppo tardi per tornare indietro.
Albert aveva già fatto un passo verso la porta quando Mycroft finalmente si mosse.
Fu rapido, quasi violento nella sua decisione e non ci fu esitazione quando afferrò Albert per il polso, stringendolo con una forza che sapeva di furia trattenuta troppo a lungo. Albert si fermò. Si voltò appena, un sopracciglio leggermente sollevato. Calmo. Composto. Come sempre.
Quella tranquillità fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Perché Mycroft sapeva che non avrebbe dovuto farlo. La parte più razionale di lui, non ancora del tutto sopita, sapeva che avrebbe dovuto lasciarlo andare.
E invece, con un gesto brusco, il Direttore lo trascinò verso di sé.
Le loro bocche si scontrarono di nuovo, ma stavolta non c’era esitazione, non c’era alcun dubbio a frenarlo. Solo una necessità furiosa e innegabile.
Albert lo accolse senza resistenza, con la stessa naturalezza con cui aveva accolto tutto fino a quel momento. Mycroft lo spinse all’indietro, le mani già sulla sua camicia, il respiro spezzato da una tensione che era stanco di reprimere.
Se doveva perdersi, allora lo avrebbe fatto fino in fondo.
E mentre lo trascinava verso la propria camera da letto, sentì Albert ridere piano contro le sue labbra. Come se avesse vinto.
Albert non oppose resistenza.
Lasciò che Mycroft lo trascinasse lungo il corridoio, le dita ancora strette attorno al suo polso, la presa ferrea di un uomo che aveva finalmente smesso di lottare contro se stesso.
Eppure, quando raggiunsero la soglia della camera, il conte si fermò.
Mycroft si voltò di scatto, i suoi occhi bruciavano di impazienza, le labbra ancora leggermente arrossate dal bacio violento di poco prima. Ma Albert, invece di lasciarsi trascinare oltre, sollevò il mento con la consueta, irritante compostezza.
Stava aspettando. Non lo stava rifiutando. No, questo Mycroft lo sapeva. Albert voleva giocare, desiderava farlo aspettare.
Un gioco di potere. L’ennesimo fra di loro.
Un’ultima, sottile provocazione prima della resa definitiva.
«Ti piace comandare, vero, Holmes?» mormorò Albert, un accenno di sorriso sulle labbra.
Mycroft si irrigidì, il respiro ancora irregolare.
Il conte inclinò appena il capo, osservandolo con quella tranquillità esasperante, come se volesse vedere fino a che punto avrebbe potuto spingerlo, testarlo.
«Ma dimmi, è davvero questo che vuoi?» ciò che desideri Mr Holmes?
Le parole erano un veleno dolce, un filo teso che minacciava nuovamente di spezzarsi.
Mycroft contrasse la mascella. Basta, ne aveva abbastanza.
Lo spinse all’indietro, facendolo urtare contro il battente della porta. Un gesto privo della solita misura, carico di una tensione che non poteva più contenere.
Per un istante, Albert restò immobile. I loro volti erano vicini, troppo vicini, il respiro di Mycroft ancora agitato soffiava contro la pelle dell’altro.
Poi, finalmente, Albert sorrise. E cedette.
Fu una resa sottile, appena percettibile, un’inclinazione del corpo, una tensione che si allentava nelle sue spalle, un’espressione che perdeva ogni traccia di controllo. E quando Mycroft si spinse contro di lui per baciarlo di nuovo, Albert rispose con la stessa urgenza.
Questa volta, non c’era più spazio per il gioco.
Questa volta, erano entrambi condannati. Pronti per le fiamme dell’inferno.
Mycroft continuò a ripetersi che quella non era altro che un’altra partita.
Un gioco a cui aveva accettato di partecipare troppo tempo prima, il cui esito, forse, era già stato scritto prima ancora che ne prendesse coscienza.
Eppure, quando le loro labbra si scontrarono di nuovo, quando le dita di Albert James Moriarty scivolarono lungo la sua nuca con una delicatezza quasi crudele, comprese che non c’era alcuna strategia possibile.
Non stavolta. Non con lui.
Lo aveva trascinato in quella stanza con l’intenzione di reclamare il controllo, di dimostrare a se stesso che poteva cedere senza perdere la partita.
Ma Albert non si era mai mosso secondo le regole.
Lo capì nel momento esatto in cui si ritrovò con la schiena contro il materasso, il respiro ancora spezzato, mentre Albert lo osservava dall’alto con quella calma inaffondabile.
«Strano vederti così,» mormorò, passandosi una mano tra i capelli disordinati. «Di solito sei più composto» era una provocazione, l’ennesima di quella partita.
Mycroft gli afferrò il polso, un gesto automatico, quasi rabbioso. «Chiudi la bocca»
Albert sorrise, ma non rise. Non lo stava deridendo, più che altro lo stava studiando.
Mycroft lo detestò per questo. Per quanto lo trovasse inevitabile e per quanto nonostante tutto lo desiderasse.
Quando Albert si abbassò su di lui, la sua presa si allentò senza che se ne rendesse conto. Non sapeva dire chi dei due avesse davvero vinto, né se ci fosse mai stata una vittoria da ottenere. Sapeva solo che, per la prima volta dopo tanti anni, non pensava a nulla.
Non c’erano piani,strategie, non c’erano obblighi, non c’erano interferenze esterne a reclamare la sua mente.
Solo calore. Solo respiro. Solo il peso di Albert contro di lui, il ritmo incalzante dei loro corpi che cancellava ogni altro pensiero.
Forse, in fondo, era proprio questo il problema.
Perché Mycroft Holmes non si concedeva il lusso di non pensare mai. Eppure, in quella notte senza regole, senza domani, senza logica, Mycroft non avrebbe voluto essere da nessun’altra parte.
Il tempo perse consistenza. Si accorse solo del calore, ustionante. Delle mani di Albert che tracciavano linee invisibili sulla sua pelle, dei respiri che si intrecciavano tra i loro corpi, del silenzio denso che li avvolgeva come un velo impalpabile.
Mycroft non era mai stato il tipo d’uomo che si lasciava andare. Mai del tutto.
Eppure, lì, sotto quel tocco misurato, quelle dita affusolate, sentiva la propria compostezza sfilacciarsi come un filo teso da troppo tempo.
Albert non aveva fretta. Sembrava quasi divertirsi a scoprire come ogni minima pressione, ogni movimento calibrato, potesse minare quella rigidità con cui Mycroft si ostinava a trattenersi.
Mycroft lo sapeva. Era a conoscenza del fatto Albert stesse ancora giocando, che si divertisse a lasciarlo sulle spine, condurlo fino all’orlo senza mai permettergli di cadere, quella era solo l’ennesima manifestazione del suo controllo.
Eppure, quando le labbra di Albert scivolarono lungo il suo collo, tracciando un percorso lento fino alla sua clavicola, non riuscì più a preoccuparsene.
L’abbandono arrivò in modo graduale, quasi impercettibile.
Un respiro più profondo. Un battito che saltava un colpo. Un fremito che non riuscì a reprimere.
Mycroft si aggrappò alle lenzuola, serrò la mascella, tentò disperatamente di non lasciarsi sopraffare da tutte quelle sensazioni.
Albert si accorse di tutto. Lo vide nella tensione delle spalle, nella sua resistenza ostinata, in quel sottile, ridicolo tentativo di mantenere il controllo anche quando non c’era più nulla da controllare. Fu allora che si mosse con più sicurezza, con un’inflessibilità che non lasciava spazio ad errori o esitazioni.
«Rilassati,» mormorò, la voce ridotta ad un soffio contro la sua pelle.
Era una richiesta. Ma anche un ordine.
Mycroft sollevò lo sguardo, furioso ma al tempo stesso incredibilmente vicino alla resa. Allora Albert lo baciò. Un bacio che non lasciava via di scampo, che spezzava ogni resistenza, che lo trascinava giù in un abisso che il maggiore dei fratelli Holmes non sapeva più se temere o desiderare.
Non si accorse nemmeno di quando il suo corpo iniziò a rispondere con la stessa intensità, di quando le sue dita si strinsero attorno ai fianchi di Albert, di quando il desiderio divenne una corrente impossibile da arrestare. Si accorse solo del momento in cui non ci fu più alcuna barriera tra loro. Albert si mosse contro di lui con una lentezza esasperante, testando ogni reazione, cercando ogni sintomo di cedimento.
Solo allora Mycroft si arrese.
Lasciò andare la tensione, il controllo, la compostezza che aveva sempre ritenuto indispensabile. Non c’erano più strategie, né piani di riserva. Solo quel calore e il ritmo costante dei loro corpi, che si inseguivano e si trovavano in un equilibrio tanto fragile quanto perfetto.
La voce di Albert, bassa e quasi divertita, si dissolse in un respiro spezzato quando Mycroft lo tirò più vicino. Non importava più nulla. Solo questo. Solo il presente e loro.
Mycroft non sapeva dire quando l’equilibrio si fosse ribaltato. Forse era avvenuto nel momento esatto in cui Albert aveva abbassato la guardia, quando la sua compostezza perfetta si era incrinata in un fremito appena percettibile.
Sottile. Impercettibile. Ma Mycroft lo aveva visto e non aveva esitato. Lo aveva spinto all’indietro, il peso del suo corpo a schiacciarlo contro le lenzuola, le dita a scivolare lungo la sua pelle con una sicurezza che non ammetteva repliche.
Albert sollevò lo sguardo, il respiro appena alterato. Non c’era sorpresa nei suoi occhi. Solo la consapevolezza di chi sapeva esattamente dove quella notte li avrebbe condotti.
«Era questo che volevi, vero?» mormorò Mycroft, la voce bassa, leggermente roca.
Albert gli sorrise. Un sorriso tagliente, eppure bellissimo.
«L’ho mai negato?»
Non serviva aggiungere altro.
Mycroft affondò le dita nei suoi capelli castani, lo baciò con una ferocia che non si era mai concesso, gli strappò ogni resistenza con la precisione calcolata di un uomo che, per una volta, non era disposto a pensare.
Era diverso dal solito.
Non perché fosse più istintivo, o più disperato ma perché per la prima volta stava scegliendo di lasciarsi andare.
Ogni tocco, ogni gesto era misurato, calcolato per trascinare Albert esattamente dove voleva. Desiderava vederlo cedere poco a poco, sotto il suo peso, sotto il ritmo inesorabile che imponeva ai loro corpi.
Albert si aggrappò alle sue spalle, le dita a segnare trame invisibili sulla sua pelle. Lo voleva. Mycroft poteva sentirlo nel modo in cui il suo corpo rispondeva, nel respiro spezzato che tentava invano di controllare.
Non c’era più nulla da trattenere.
Solo il movimento, lento all’inizio, poi più sicuro. Solo il suono soffocato dei loro respiri, l’eco di parole che non avevano bisogno di essere pronunciate.
Esisteva solo Mycroft, che stringeva i fianchi di Albert, che guidava ogni loro incontro con la meticolosa attenzione di chi voleva ricordare ogni istante. Imprimerlo nella propria mente. E quando il piacere si fece insostenibile, quando la tensione raggiunse il culmine e li trascinò oltre il punto di non ritorno, Mycroft si concesse di chiudere gli occhi.
Non pensò a cosa sarebbe successo dopo.
Non pensò a Londra, alla sua posizione, agli obblighi che li attendevano oltre quella porta.
Pensò solo al calore del corpo di Albert sotto il suo.
All’interferenza che, per quella notte, non aveva alcuna intenzione di combattere.
Mycroft Holmes non era mai stato un uomo impulsivo. Ogni sua decisione era sempre stata il risultato di un calcolo preciso, di un equilibrio tra necessità e strategia.
Eppure, lì, con Albert sotto di lui, con il calore della sua pelle contro la propria e il suono spezzato del suo respiro nell’aria, non riusciva a pensare a nient’altro.
Ogni regola che si era imposto sembrava crollata.
Aveva passato anni a costruire la sua compostezza, a farne un’armatura impenetrabile, una barriera tra sé e il resto del mondo. Albert l’aveva sempre osservata con un sorriso divertito, come se avesse sempre saputo che, alla fine, sarebbe stato lui a distruggerla. Mycroft l’aveva lasciato fare. Lo stava lasciando condurre anche in quel momento. Perché per quanto gli piacesse illudersi del contrario, era stato lui a cedere per primo. Lentamente, consapevolmente.
Con il modo in cui le sue mani tracciavano linee invisibili sulla pelle di Albert, con la sicurezza con cui guidava ogni loro movimento, con la volontà ferrea con cui lo tratteneva sotto di sé, imponendo il proprio ritmo con una precisione quasi crudele.
Ma la verità era che non era più un gioco.
Mycroft lo comprese nel momento in cui il respiro di Albert si spezzò contro il suo collo, nel modo in cui le sue dita si strinsero intorno alle sue braccia con una forza disperata, nelle labbra che si schiusero in un gemito soffocato, quasi arrendevole.
Albert Moriarty, che non si arrendeva mai.
A quel punto Mycroft avrebbe dovuto sentirsi vincitore. Eppure, nell’istante esatto in cui il conte chiuse gli occhi e lasciò andare ogni resistenza, comprese che non c’era nessuna vittoria da ottenere.
Era lui quello che stava cadendo. Crollando lentamente nella tentazione di un corpo che non avrebbe dovuto desiderare. Scivolando nella possibilità di un attimo fuori dal tempo, dove nulla esisteva se non loro.
Stava precipitando in una fitta lancinante di consapevolezza, quando sentì il piacere accumularsi, travolgerlo e infine lasciarlo senza difese.
E quando tutto finì, Mycroft rimase immobile per un lungo momento.
Il suo respiro era ancora irregolare, il corpo di Albert rilassato sotto il suo.
Sapeva che non avrebbe dovuto fermarsi a pensare. Non ora.
Lui però era Mycroft Holmes, pensava sempre.
E il pensiero più pericoloso di tutti lo colse mentre il calore dell’orgasmo si dissolse in un silenzio troppo assordante.
Albert non era più un’interferenza. Non era più solo un pensiero insistente, un fastidio da razionalizzare, una distrazione da controllare.
Era qualcosa di più.
Ed era questo a spaventarlo tanto.